Dal Tramonto all’Alba

•24 August, 2007 • Leave a Comment

Non è il titolo di un film, ma il periodo che separa il ritorno dalla mia isola dalla partenza più rivoluzionaria della mia vita, almeno fino ad ora. Qualcosa che finisce e qualcosa che inizia. Sono molti i tramonti, ma spero che l’alba possa eguagliarli nella sua maestosità. Quella che vedete è una foto di un tramonto, in quel dell’Elba.
Sono ancora qui su questo blog, non so per quanto, nessuna spiegazione per ora…e per la verità per ora non voglio neppure parlarvi della vacanza.
Giorni di passaggio, preparativi infiniti. Come non mai sentimenti ed emozioni si sommano e sovrappongono in una miscellanea indecifrabile, la verità è che neppure io so cosa prevale.
Volevo che il vero argomento di questo post fosse un altro, e spero di non dilungarmi…come a dire…mettetevi il cuore in pace che qui facciamo notte…
Relativismo. Si, in fondo potrei racchiudere in questa parola un pensiero che da qualche mese mi si presenta e ripresenta di continuo, inquietandomi. Perché io ho sempre creduto in qualcosa, l’idea di dovermi impegnare e di dover lottare per ciò a cui tengo e per ciò che mi piace nella vita. Un’idea così fragile ed eterea. “Studiare per cosa?” Perché in fondo mi piace, perché mi da molto, perché probabilmente troverò un lavoro che mi stimola, e mi riempirà il portafoglio. Tante belle cose, sembra tutto così semplice e scontato.
Per me non lo è. C’è il relativismo, perché queste cose possono essere viste da un punto di vista diverso, molto diverso. Vedo lavorare tante persone vicino a me… e mi chiedo… “Ma è davvero questo quello che voglio?”. Perché vedo persone che magari tengono al proprio lavoro, che ne traggono ispirazione e soddisfazioni, ma sono quasi sempre lavori che riempiono giornate intere. Insomma a che servono i soldi, se poi ti manca il tempo? Se il tuo unico tempo, sono quelle due ore dopo cena in cui sei troppo stanco per fare qualsiasi cosa di creativo, per coltivare progetti, rapporti, quelle cose che ho sempre reputato in ogni caso più importanti del lavoro.
Probabilmente ragiono ancora con la mentalità di uno studente, in effetti ancora lo sono, ma quando quest’anno mi è capitato di lavorare giorni interi, senza quel tempo da dedicare a me stesso, io mi sentivo in credito di quelle ore; ma la verità è ben diversa, la verità è che è proprio quella, la normalità.
E poi vedo altre persone accanto a me, persone alle quali del lavoro o di impegnarsi per una posizione non è mai fregato nulla; ma vivono anche loro, e forse staranno studiando meno, o non studieranno per nulla, magari faranno per tutta la vita un lavoro che non piace, mal pagato e ripetitivo, ma vivranno, e forse il fatto di non impegnarsi permetterà loro semplicemente…di dedicarsi ad altro, a ciò che in fondo forse è quello che conta, persino per me…i rapporti.
Probabilmente è solo troppo presto, poiché non posso avere neanche una lontana idea di quello che farò del mio futuro, ma non posso fare a meno di pormi queste domande…”Sto facendo davvero la cosa giusta?” Partire per due anni, andare a studiare in Danimarca significa tante cose, significa voler cambiare conoscere, esplorare, rischiare, divertirsi. Eppure prima di tutto, è un modo per coltivare quel futuro, quel lavoro, che non sono certo sia davvero quello voluto.
Nel prossimo post tenterò di azzardare una risposta, intanto, a voi la parola.

Perchè ‘Pigmalione’…

•4 August, 2007 • Leave a Comment

Prima di partire volevo sigillare questo istante, incidendovi segni indelebili, tra i flussi vorticosi di parole senza meta. Frutto di pensieri e sentimenti miscelati e sovrapposti; si sono dispersi in quell’istante ormai dimenticato. Ora ciascuno ricerca il proprio zenit.
Io spero. Spero che quando sarò sulla mia isola, quando sarò su una spiaggia o su quella cima e come ogni anno osserverò il cielo, rinnovando l’intimo segreto di quell’appuntamento con le stelle, troverò la mia strada. Ordine e chiarezza mi saranno restituiti. Il cielo piangerà sopra di me, mentre stelle scorreranno sulle mie guance, umide e salate come l’essenza stessa della vita. Quell’istante mi terrorizza, poiché sarò solo, eppure mi manca.
Sento che oggi finisce una fase di questo blog, e volevo solo rivelarvi, quella che è stata la sua origine nonché il suo scopo. Tanto ho atteso e il momento è giunto. Quando qualcuno mi ha chiesto per la prima volta: “ Perché ‘Pigmalione’ ”?
Il dolore aiuta la creatività, solo la noia la fa smarrire, o la fuga. Ora mi sento creativo e il blog è la dimora della mia creatività, sede dei miei esercizi mentali e stilistici. “Pigmalione” è il simbolo della dedizione alla mia opera, all’Arte tutta. Così è da quando Ovidio e chi prima di lui scrisse del re di Cipro. Pigmalione, lo scultore che si innamorò della sua creazione: una statua d’avorio raffigurante una donna, Galatea era il suo nome. Tanto egli amava la sua opera, sintesi di arte e realtà, che finalmente alla sua statua fu donata la vita, dalla dea dell’Amore in persona. Il suo cuore iniziò a battere i suoi occhi a brillare, il suo corpo a riempirsi di calore, di un’anima sensibile e di forti emozioni. Amore li avvolse.
A volte sembra davvero che sia il destino a disegnare la storia di un blog, e le vite delle persone. E forse vorrei che questa sia la mia favola, aiutare la mia statua di diamante, a sentire ed ad emozionarsi di nuovo, così come un tempo, come solo Lei sa fare.
Raggiungimi.

Prima di partire…

•3 August, 2007 • Leave a Comment

Cari lettori, il giorno della partenza si avvicina, la prima delle due partenze. Il 4 agosto, ad un’improbabile orario del mattino mi ritroverò incosciente nel pieno dell’autostrada, direzione Isola d’Elba.
Il ritorno è previsto per il 18 agosto, certo non sarebbe male poter posticipare, ma questa è un’altra storia. Per due settimane non scriverò, ne verrò a trovarvi, se non magari un giorno o due.
Sono passati quasi 10 mesi dall’apertura del blog, se ci penso mi sembra impossibile, sono passati davvero veloci. Volevo anzi scusarmi, perché negli ultimi due mesi sono stato molto evanescente, sia sul mio blog, che sui vostri. In verità no, non mi scuso, perché era esattamente ciò che dovevo fare, causa impegni e faccende varie. “Cos’è un blog?”, e “perché l’ho aperto?”…ancora una risposta non la trovo: mi permette di confrontarmi, e di creare, questi sono già due motivi importanti. Poi mi interrogo sulla natura dei rapporti che si instaurano tra bloggers e non me li so spiegare, forse servirebbe solo inventare una parola nuova…è strano vedere che a volte conoscono cose che neppure alcuni dei miei amici più intimi sanno, e poi di fatto non sanno nient’altro di me…
Queste incertezze mi fanno pensare, e se sono sicuro che dopo le vacanze tornerò a scrivere non sono certo di dove lo farò, da un po’ di tempo penso di cambiare blog e di variarne anche i contenuti…inutile pensarci ora, in ogni caso vi terrò aggiornati.
Ho aspettato tanto queste vacanze, pensando che finalmente avrei potuto raggiungere ciò che desideravo di più. Al contrario questi giorni si stanno rivelando i più brutti, soffro sinceramente, e tutto lo svago non fa altro che alleviare una pena che comunque rimane. Mi sono lasciato coinvolgere e sono contento di averlo fatto, quando lo si fa le sofferenze sono sempre incluse, scritte piccole piccole tra le clausole dell’accordo. Tra noi e la vita. Spero che presto le cose cambino, che possa godermi la vacanza in arrivo anche se non è la vacanza che voglio. Confido che le cose si risolvano in un realissimo sogno, confido in Lei…

Dottore in ingegneria

•29 July, 2007 • Leave a Comment

Sveglia ore 6.20. Erano un paio di mesi penso che non mi svegliavo a un ora simile…caffè…preparazione repentina…ma l’abbigliamento merita un paragrafo a parte…
Capitolo 1 – La Vestizione
Non volevo esagerare, anche se il vestito nuovo nuovo era lì pronto per ogni eventualità. Ore 6.40 devo proprio decidere…Vada per i jeans, non esageriamo. Jeans nuovi, un po’ scoloriti, con leggere righe verticali, azzurri di quel colore che mi piace; di quel colore che non trovo mai, quello che avevano solo quei vecchi jeans vissutissimi, che qualche volta sfoggio tuttoancora. Cintura nera, liscia piuttosto semplice, una fibbia non proprio appariscente, l’avrei preferita più chiara; accontentiamoci. Camicia…si, quale? Bianca candida un po’ sciancrata, colletto grande, e ragazze non me ne vogliate ma non vi so dire di più …ok ma poi? Scarpe grigie…senza stringhe…di pelle, un po’ cangianti…neanche pensavo di conoscere questi termini…tanto avrò sbagliato ad usarli…E lì potevo fermarmi…ma alla giacca tenevo proprio…allora giacca scura…
Prova specchio: non male davvero!
Capitolo 2 – La prova
Diciamo la verità, tutto organizzato malissimo. Aula divisa in due parti, e mentre a sinistra esibivo la mia presentazione in power point di fronte ai quattro professori della commissione, partivano gli applausi per la presentazione dei miei compagni, a destra. Dovevo essere il terzo, ma sono stato il settimo, la tensione cresceva…soprattuto cresceva l’agitazione al pensiero di quel momento, quando io mi sarei dovuto alzare, e allora il cuore sarebbe esploso, per calmarsi solo a presentazione iniziata. Arriva il mio turno. Mi alzo. Aspetto che il cuore inizi a pompare all’impazzata, e poi penso…niente? Davvero niente? Sono davvero tranquillo? Ma allora partiamo no? NO, vengo chiamato per le firme di rito. A quel punto l’agitazione era sparita. Vado? Partenza!
Buongiorno a tutti, sono Paolo Malacrida…. …. ….
La prima frase era la più difficile, dovevo presentarmi, ricordare di citare il mio compagno di laboratorio e soprattutto dire che l’attività di laboratorio era stata svolta presso il “laboratorio LASS del centro LNESS” di Como…uno scioglilingua insomma..soprattuto perché in prova, regolarmente partivo dicendo…”centro LASS” o “laboratorio LNESS” fregandomi completamente. E invece, perfetto, ragazzi perfetto, ho fatto una presentazione non solo senza errori, ma li ho travolti, sommersi di parole sparate a raffica un turbinio di frasi velocissime eppure perfettamente chiare e sensate. Connesse e logicissime. Intanto sondavo gl sguardi della commissione…all’inizio incuriositi…poi vedo comparire sorrisetti, segni di approvazione. Conquistati!
Poi un attimo di pausa, quegli applausi dall’altra parte dell’aula. E il mo sguardo non ha potuto non alzarsi, cercando la persona che non ci poteva essere, se non in una speranza di irrazionalità assoluta, ma tanto bella. Finisce la presentazione. È l’ora della domanda di rito o delle domande: qualche studente prima era stato messo in crisi, proprio dal mio relatore…invece? Una domanda semplicissima, o meglio..Un argomento di importanza secondaria, non esiste neppure una vera risposta: sto per dire qualcosa e il mio relatore si gira verso l’inquisitrice, le spiega qualcosa…di fatto la zittisce. APPLAUSO … ESCO TRIONFANTE.
Capitolo 3 – Il Pomeriggio
Festeggiamenti un po’ ovunque …giro dei locali storici, con amici di tutti i generi…un po’ di tranquillità…per conto mio… e per i miei pensieri..e poi di nuovo festeggiamenti… Io, sotto la giacca più scura di sempre, sotto il sole più caldo di sempre…ma qualche sacrificio ci tocca…
Capitolo 4 – La Proclamazione
Ore 17.00 dopo essermi sciolto e ricondensato svariate volte…Compaiono in un aula magna due professori…ricoperti da una seriosissima pesantissima toga nera…non penso ne siano mai più usciti pensandoci bene…i nostri nomi uno alla volta…seguiti dal voto tanto atteso…
…Malacrida Paolo… ….
Alla fine della cerimonia, un breve giuramento, ci alziamo in piedi e un flash mi butta di fronte alla realtà: “dottore in ingegneria”, ingegneria fisica. D’un tratto mille sentimenti, libertà sollievo, fresco, gioia, ma anche nuovi interrogativi, un nuovo mondo di fronte a quell’omino…piccolo piccolo, ma un po’ più grande di prima…di fronte a tante possibilità…con una strada da scegliere, forse già scelta e un conto alla rovescia…
-30 giorni alla grande partenza!
Vi ho già annoiato abbastanza…sintetizzo la serata con un “festeggiamenti sfrenati”.
Insomma c’è stata la suspence? Dai ve lo dico…flashback…
Malacrida Paolo … 110 Cum Laude

Discutendo la tesi

•28 July, 2007 • Leave a Comment

Domani anzi oggi la discussione della tesi, un altro passo verso un futuro incerto; domani, in verità penso fra un paio di giorni…continuerò questo post con le impressioni post laurea.
La sera prima… Non mi sento agitato in questo momento, sono tranquillo direi. Eppure domani sarà inevitabile quel sussulto, quell’attimo in cui il cuore pompa fortissimo e desidera esplodere…per poi quietarsi solo dopo, a presentazione già iniziata…Però mi avvicino a questa tesi turbato, gli ultimi giorni sono stati i peggiori di quest’anno…dover correggere la presentazione in una notte e andare a dormire alle 7.20 non aiuta…neppure poi svegliarsi alle 9.20. Eppure siamo arrivati fin qui e quindi che dire se non il titolo dellacanzone di oggi: “Show must go on”

Due per uno

•20 July, 2007 • Leave a Comment

Non ci avrete mai fatto caso, ma i miei ultimi post appartengono tutti alla sezione “riflessioni” o più spesso “suggestioni”, qualche volta “cinema”, in ogni caso sono le categorie meno impegnative perchè mi permettono di dire quello che penso, quello che sento, senza lunghi ragionamenti; quelli sono rivolti alla tesi, approposito, è giunto il momento di dirlo in sede ufficiale, salvo cataclismi megagalattici il 27 luglio sarò laureato. Potrò farmi chiamare Dottor Pigmalione, che dite? Non piace a me neppure…
Il mondo intorno cercherà di convincermi che si tratta di un grandissimo risultato, a volte riuscirà nel suo intento. La verità è che più spesso non lo avvertirò come tale, altre le cose cui davvero tengo.
Potrei vederlo così questo periodo, forse come un po’ tutta la mia vita…Come quella di una persona che tira respiri lunghissimi assoparando un’ infinità di profumi, ma senza avvicinarsi all’unica essenza realmente desiderata. Chissà poi di che si tratta…
Queste serate? Grandioso per carità, bello sentirsi liberi anche senza esserlo, giocare a tennis e vincere ancora, una doccia fredda e di corsa alla solita festa universitaria del mercoledi sera. Due per uno. Due cocktail al prezzo di uno. Un paio di granite alla fragola, con il peggior succo alla fragola che mai ho provato. Unica consolazione del fatto che non ho nessuno a cui offrirlo. Respiro a fondo quando vedo quell’esercito infinito di amici più o meno intimi in quel locale; tutti che si stringono, spingono, solo per poter dire di aver respirato più a fondo.
Poi mi accorgo di respirare solo vuotezza.
Tutto bene, ci mancherebbe. Mi diverto e la vuotezza mi fa respirare, mi tiene in vita.
Intanto il tempo passa, si avvicinano quelle date scolpite per sempre nella mia carne, incise nel diamante, tatuate sul cuore. Mi chiedo: “Cosa devo fare per prepararmi a quelle date?”. Forse è una domanda insulsa, ma continua a tornare…
Sembra che la mia vita sia un complicatissimo puzzle, vorrei che qualcuno mi insegnasse a comporlo, ma riesco solo a mettere insieme due pezzi ogni tanto. Lontana la visione del soggetto, del mio obbiettivo. Qualche volta forse mi illudo di scorgere in quei pezzi qualcosa, idee che muiono sul nascere. A volte mi sembra di aver trovato il pezzo mancante, in questi giorni mi sforzo un po’, e a furia di insistere il pezzo entra; ma c’è poco da fare, non è quello il suo alloggio, e allora tanto vale ricominciare a cercare.
E per la cronaca, non fidatevi delle docce fredde, non ho mai sentito così caldo come ora.

Il favoloso mondo d’Amelie

•5 July, 2007 • Leave a Comment

Qualche giorno fa….
Poco tempo fa, pensavo alle piccole cose e al contempo pensavo a tutte le volte che penso alle piccole cose, in un originale circolo vizioso, purché sempre più piccolo, come una spirale. Al centro della spirale, la consapevolezza di quanto sono magiche, e importanti.Ogni volta che ci penso subito mi si dipinge nella testa un’immagine. Luglio 2001, cinema di Albenga, detesto non ricordarne il nome. Il Favoloso Mondo di Amelie. Non ricordo molto bene questo film; girovagando tra i vostri blog ho visto che è piaciuto a moltissimi di voi, sinceramente non mi aveva impressionato: so che lo ricorderei meglio se mi avesse impressionato. E questo è un teorema, per i film che guardo io. L’immagine che mi è rimasta scolpita invece, è quella in cui Amelie passava di fronte al fruttivendolo. Era un fruttivendolo?
Mi ricordo il suo segreto, furtiva infilava la manina in quei cesti, contenenti quei legumi, mi pare proprio fossero legumi, ma non è importante: così tanti, così piccoli, ciascuno uguale al suo vicino, eppure tutti diversi. E lei tastava quel mondo ignoto, forse inaccessibile a tutti gli altri. Chiudeva gli occhi. Quella manina girava, rigirava, si contorceva, disegnava spirali anche lei, alla scoperta di quell’universo infinito, tutto racchiuso in un cestino di legumi. Ogni granello era un mondo a sé stante, con le sue montagne, le sue valli, i suoi fiumi, persino le sue persone. E chissà, forse tra i miliardi di abitanti di quel granello ve ne era uno un po’ particolare: un regista, che magari un giorno deciderà di girare un film, o magari lo ha già fatto millenni or sono, e in quel film vi sarà una fanciulla. Una ragazza orgogliosa e felice di vivere le sue piccolissime cose, di infilare la manina in un cesto di legumi. Magari in quel film avrebbe avuto un altro nome, magari Andromeda. E forse ne esistono infinite di Amelie. Di una cosa sono certo: quei legumi, sono le cose più piccole che mi vengono in mente, e per lei erano le più grandi, e le sensazioni che provava, indescrivibili. Un senso di tale sublime grandezza, contenuto in una personcina così piccola, scaraventata di fronte all’infinità di infiniti microcosmi, tutti contenuti in un fagiolo.
E tutto questo era per dire che nel mio piccolo, sono proprio queste le impressioni che ho avuto. Qualche giorno fa…Ho rimesso piede in un campo da tennis, sarà stato un anno che non ne toccavo uno, “toccavo” proprio fisicamente, lo tastavo, immergevo le dita in quella terra rossa, come il sangue, come il sole, come il cuore, come l’Amore. E sentivo i granelli scorrermi fra le dita, riempirne ogni insenatura, rendendole perfette, tonde. Da quelle mani niente sarebbe più potuto scivolare, quello che desideravo, per un attimo, per un infinitesimo istante, era tutto lì, a portata di mano, bastava afferrarlo. Nessuno avrebbe potuto portarmelo via, non da quelle mani, non da quelle dita.
Ora potrei andare avanti; sarebbe tutto inutile. Scrivere e scrivere nel tentativo favoloso di condensare una lenticchia in una pagina di un blog. Impossibile. Preferisco fermarmi qui, perché sta a voi coltivarvi la vostra pianticella, trovare i vostri semi, e se lo fate…D’accordo, la vostra vita sarà un minestrone, ma almeno…mi avrete capito.

Stanotte vorrei…

•28 June, 2007 • Leave a Comment

Stanotte vorrei scrivere; si scrivere come non mi concedo di scrivere da mesi forse, con la più assoluta e svincolata libertà che mai mi sono concesso, come poche altre volte ho voluto fare. Scrivere all’impazzata, guidato da una fantasia il cui nome ingannevole porta a pensare a qualcosa di gioioso, mentre la fantasia di stanotte è la fantasia della passione furente e inarrestabile, del tormento e della preoccupazione. Nessun vincolo barriera ostacolo muro, perché se qualcuno tentasse di erigerlo verrebbe spazzato via dalla furia ingiustificata e senza senso di questo istante.
Stanotte vorrei gridare, gridare più forte che posso, una poesia una canzone, un nome. Trovarmi in un luogo all’aperto; però, per una volta circondato da nessuno, assolutamente nessuno. Ovunque il vuoto, nessuna anima che possa rispondere, nessun muro che possa essere specchio per le mie grida. Nessun muro, e neppure il pavimento, un me stesso fluttuante nell’etere eterno, così che la mia voce possa giungere all’infinito senza alcun ostacolo, fino a raggiungere Dio; perché forse, si, forse vorrei tornare a dialogare con lui. E forse vorrei arrendermi a un senso del tutto preconfezionato.
Stanotte vorrei fermarmi, guardare al passato. Erigermi al di sopra di un altare, anzi no, meglio una torre di Babele. Da lì guardare indietro, fino alle origini; dimenticarmi del futuro e concedermi attimi di sola purissima malinconia. Un sentimento che mi estranei da tutto commuovendomi all’inverosimile, facendomi piangere e infuriare. Riscaldandomi della coperta di quelle cose accadute, quei sentimenti provati, certezze che sono state, e mai, mai, mai potranno cambiare. Ma allo stesso tempo…e si.. scrivo un “MA” dopo il punto, perché questo desidero stanotte, essere libero finalmente di scrivere quel MA dopo quel punto, è da una vita che lo desidero e l’ortografia non lo permette, ma io voglio esattamente quel MA dopo quel punto… perchè io finisco un argomento e poi dico qualcosa che è l’esatto contrario…e ci vuole un MA, un fortissimo MA e nient’altro può sostituirlo. Dicevo…Ma allo stesso tempo voglio guardare al futuro, concentrarmi su di esso, sempre dalla cima di quella torre, ma stavolta, prenderei in mano una gomma, o meglio uno di quei cancellini per le lavagne, e piano piano cancellerei ogni pagina di quel passato, per guardare al futuro e lui soltanto, senza il peso di alcuna responsabilità, senza la gigantesca coscienza di me stesso, senza ricordi.
Stanotte vorrei dividere questa notte in mille notti, perché finalmente vorrei avere il tempo per fare tutto ciò che vorrei fare stanotte. Voglio una notte per scrivere, tutta notte, scrivere un racconto frutto della mia appassionata fantasia, finalmente vera letteratura. Vorrei una notte per leggere un libro, un libro di filosofia, e lasciare vagare il pensiero, lasciare che esso venga suggestionato da quelle frasi che trascendono il cosmo. Vorrei una notte per leggere il Faust, una lunghissima notte. Vorrei una notte per andarmi a trovare il libro “Cos’è la matematica” , libro che in un passato non rintracciabile mi fu consigliato e che sempre avrei voluto leggere ma mai lo feci. Vorrei una notte per dipingere, una per nuotare in mezzo al mare, una per pattinare, una per imparare a cavalcare, una per giocare a tennis, una per darmi alla fotografia, e forse mille notti non basterebbero.
Stanotte vorrei parlare, parlare con tutte le persone che conosco, dalla prima all’ultima, componendo dialoghi mistici. Dialoghi in cui anche alla persona più lontana e meno conosciuta, confiderei fino all’ultima parola ogni singola cosa, buona, cattiva, stupenda o terribile che penso di lei. E da questa notte pretendo che tale persona faccia lo stesso con me, così che in una singola notte si possa fare chiarezza, quella chiarezza che di fatto non ci sarà mai per una vita intera. Il legame più cristallino e sincero che possa esistere. E da domattina tutto potrebbe cominciare da capo, in una storia che non si è mai vista, e chissà se ci piacerebbe.
Stanotte vorrei averla con me, trascorrere la notte con Lei. Ma ora mi rendo conto che è il momento di finirla, devo smettere di scrivere. Perché mi sono reso conto di una cosa: mi ero sbagliato, esiste un muro che persino ora non voglio valicare, quello della nostra intimità, quello che erige Lei. Troppo preziosa quell’intesa segreta, non intendo profanarla.
Buonanotte gente, la mia non lo sarà perché di tutti questi desideri, ne esaudirò soltanto uno. Pardon, a pensarci bene, neppure quello.

Grindhouse

•22 June, 2007 • Leave a Comment

Because it was a fifty fifty shot on wheter you’d be going left or right. You see we’re both going left. You could have just as easily been going left, too. And if that was the case… It would have been a while before you started getting scared. But since you’re going the other way, I’m afraid you’re gonna have to start getting scared… immediately!
D’altronde Tarantino l’ha detto; ora io non ne conosco il motivo, ma funziona sempre così, ci si può credere o meno, ma quando si chiede a un artista una spiegazione sulle sue opere, tutti ci aspettiamo chissà quali dissertazioni filosofiche, loro regolarmente ci stupiscono con sentenze di raffinata banalità, così Tarantino giustifica le sue opere con uno sconvolgente: “A me gli altri film annoiano”.
Una cosa è certa, Grindhouse non annoia, mai; ma le cose non finiscono qui, la parola Grindhouse si riferisce ai tipici cinema all’aperto degli States, cresciuti a centinaia negli anni settanta, ma non cinema qualsiasi: i film riprodotti erano famosi per la loro scarsa qualità, volti a stupire più che altro, scene horror, thriller, agli estremi del trash e dello splatter, violenza, sesso, la facevano da protagonisti. Insomma il loro obbiettivo era attirare gente, quasi prestando una maggiore attenzione alla pubblicità che non ai contenuti, Tarantino prende tutto questo e lo rielabora, lo innalza ai vertici del cinema mondiale, concilia la raffinatezza con il grottesco. Non a caso di Grindhouse sono usciti svariati trailer, molti dei quali falsi, del tutto scorrelati dalla trama e certamente stupefacenti: per avere un’idea vi consiglio di vedere questo e il sito ufficiale .
Andiamo con ordine, riprendiamo da principio, tutto nasce in una sera, Tarantino che porta a casa di Robert Rodriguez i poster di alcuni vecchi film; per chi non conosce quest’ultimo regista, si tratta dell’autore di “Dal tramonto all’alba” e “Sin City”, nonché amico e spesso compagno di lavoro di Tarantino. Mi immagino la scena meravigliosa, due amici che sorseggiano birra, o magari un Four Roses, guardando quei poster di film come “Rock tutta la notte” e pensano: “Ho sempre desiderato fare un film doppio”, “Che sia!”. Così nasce Grindhouse, diviso in due capitoli: “Death Proof” diretto da Tarantino e “Planet Terror” di Rodriguez. Di certo, non sapevano che quel mondo della pubblicità, cui loro stessi facevano richiamo, avrebbe fatto si che in Italia queste due parti comparissero separate, sacrilegio; così che non potrò parlare di altro, se non del film di Tarantino, anch’esso dviso in due episodi. Poco conta il soggetto, tutto sommato simile nelle due parti: uno stuntman dall’originale nome di Stuntman Mike (il mitico Kurt Russel) che trova gusto nell’uccidere… o tentare di uccidere…, delle ragazze indifese… o un po’ meno indifese…
Quanto al mio giudizio, vi dirò, non è così scontato come per altri film di Tarantino, meglio, diciamo che ho preferito il primo episodio, forse perché più simile a film precedenti di Tarantino, non so, la sua prima storia mantiene una certa unità strutturale, una sua completezza nella sua assurdità; la seconda.. è anch’essa coinvolgente, ha ritmo, stile, ma davvero non ha senso, o forse devo solo pensarci ancora un po’ su…

Processo a me stesso

•8 June, 2007 • Leave a Comment

Ore 14.45. Il secondo treno di oggi è in ritardo, il primo era stato soppresso, ore prima, da una qualche innominabile forza oscura.
Lo so, non ci crederete, in effetti fatico a crederci anche io, ma a volte capita persino a me, e SBAGLIO. Non sarebbe cambiato molto forse, e forse il tribunale della mia coscienza, persino da quel suo insindacabile e irremovibile rigore, da quella sua statuaria durezza, mi avrebbe riconosciuto qualche attenuante. Mentre io, avvocato difensore, mi sarei potuto lanciare in una immotivata apologia di me stesso, alla ricerca di un capro espiatorio innocentemente inesistente.
Eppure l’orologio segna le ore 15.03 e guardo la pioggia che commossa accarezza il metallico corpo e gli occhi vitrei di un insensibile treno.
Avanti il primo testimone… è decisamente l’ora di scendere dal piedistallo, io, la mia coscienza, e perché no, anche il capro, che tanto non esiste. Confesso! Ho sbagliato a pensarla in quel modo, mentre gli esami e i laboratori mi stringevano in una morsa, a pensare “Non è il tempo”, a pensare “Resistiamo e aspettiamo; che il momento della libertà ritorni”,“Rimandiamo a dopo, tutto!”.
Non bisogna mai rimandare, anche quando ti sembra di non poter respirare in una giornata, troppo piena, troppo asfissiante. Non bisogna mai rinunciare alla propria vita, quanto di più prezioso, al proprio tempo, alla propria creatività. Anche se potremo volare con la nostra mente che guida il nostro corpo, solo per pochi minuti, unici istanti di soddisfazione in una giornata piatta e noiosa. L’importante è lottare per quei minuti…ma rimandando, ho rinunciato.
Ore 15.12. Rumori, musica! Nascosti entrambi dall’insistente vociferare di quella gente sconosciuta, su quel treno.
TOC TOC
“Silenzio in aula!”
[...]
“Ma forse il corpo ha bisogno di quel riposo, di una pausa. Perché no di rimandare, la mente non deve far niente, per un po’, solo dopo potrà riprendere!”
“Obiezione!”
[...]
Ore 15.16. Il treno rallenta, sta per arrivare. Eccola, la stazione e insieme, l’ora del verdetto.
[...]
La giuria dichiara l’imputato: “Colpevole”.
[...]
L’udienza è tolta.
TOC TOC